Humanzone

L’episodio drammatico, terribile, accaduto a La Spezia, che non dovrebbe mai capitare, dimostra purtroppo con evidenza l’aumento della violenza fra i giovani.

La scuola deve restare luogo di crescita e sicurezza, non di violenza.

È indispensabile un impegno comune delle istituzioni per prevenire il disagio giovanile, per ristabilire il senso del valore della vita, per rinsaldare la comunità educante. Di fronte alle richieste di un aumento delle pene e al prospettato pacchetto sicurezza del Governo, dobbiamo ricordare che la prevenzione vale più della repressione.

La repressione non aiuta a comprendere i conflitti sociali, il disagio giovanile e la rabbia che esplode senza controllo; aumentare la pena non riduce il fenomeno. Serve invece maggior prevenzione, che nella scuola avviene anche con l’educazione all’affettività, educazione alle relazioni, l’educazione alla nonviolenza.

L’educazione alle competenze relazionali e alla cooperazione deve trovare un preciso spazio in tutte le classi di ogni grado di scuola.

Abbiamo esempi concreti e validi che dimostrano i risultati positivi in decine di scuole italiane che partecipano al Forum nazionale delle scuole per un’educazione nonviolenta e anche a Milano nelle scuole che aderiscono alla rete Edumana. Insegnanti, studenti e genitori stanno progettando e mettendo in atto un percorso che di fronte ai fatti violenti non prevede la vendetta e supera la logica dell’occhio per occhio e dente per dente.
Famiglie e scuola lavorano insieme sugli aspetti relazionali, sulla gestione dei conflitti, su come comunicare le proprie emozioni. I docenti utilizzano pratiche didattiche che sostengano l’approccio nonviolento e partecipativo. Nelle classi in cui questo percorso educativo inizia dalle elementari si sta facendo un’azione concreta per ridurre gli episodi di violenza. Lavorare sulle emozioni permette di chiarirle a se stessi, riconoscerle, dare un nome e comprenderle, esprimere una gamma molto più complessa e gestibile. Tra queste anche la gelosia che l’assassino di Abanoub, Zouhair Atif, (tragico fatto accaduto a La Spezia) secondo le sue stesse confessioni, sarebbe stato in grado di esprimere solo con la violenza.

Gli studenti delle primarie sono abituati a riunirsi in “cerchi del dialogo” ogni giorno per comunicare i propri stati d’animo, seguendo sempre la regola aurea appesa sui muri di ogni aula: «Non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te».

Il metodo risulta ancora più efficace in contesti di fragilità culturale o socioeconomica, dove la scuola è spesso l’ultima opportunità di riscatto per le famiglie in difficoltà. Favorendo e sviluppando la partecipazione riesce a coinvolgere anche chi non parla male la lingua ma si sente accolto.

A questo proposito è molto interessante l’articolo, apparso su Avvenire, che riportiamo, che pone l’accento su come le scuole affrontino il problema e che riporta le interviste di chi si mette in gioco in prima persona nel diffondere la Nonviolenza:
https://www.avvenire.it/attualita/le-scuole-non-violente-cercano-risposte-per-garantire-la-sicurezza-degli-studenti_103446

Crediamo che solo diffondendo sempre più una pratica di soluzione nonviolenta dei conflitti si possano rinsaldare la comunità educante e l’intera nostra società.